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16 > 17 Aprile 2016

Villafranca di Verona


Tutor: Agostina Zwilling


Il tema centrale di questa parte del corso sarà la forma.


La prima forma alla scoperta del Sol Levante, il cerchio.

Sprovvisto di angoli e spigoli, simboleggia l’armonia e la perfezione, diventando in questo modo sinonimo del Giappone e della sua cultura.


Filo conduttore del nostro percorso sarà la cultura giapponese, il cui stile, per noi occidentali, rappresenta spesso il paradigma della bellezza; bellezza che nel campo della moda e del design si traduce in un inno alla semplicità delle forme e, più in generale, della vita.


Il cerchio, o sfera, rimanda al concetto di pace, pienezza e totalità.

Esprime l’idea del movimento (la ruota) e il concetto del tempo come infinito, come eternità.


Approcciamo l’abito senza partire dallo studio delle forme del corpo ma da una ricerca sui volumi: anziché fasciare, trattenere, comprimere, preferiremo decostruire, scombinare, liberare, prendendo ispirazione da forme, giocando con pieni e vuoti, con irregolarità e asimmetrie.


Andremo a scoprire i grandi volumi che, spesso staccati dal corpo, ci consegnano uno spazio prezioso, nuovo per noi: lo spazio vuoto come terra di nessuno, uno spazio di libertà, di possibilità, da riempire di senso.


Partendo da forme geometriche bidimensionali, sperimentiamo il loro sviluppo, spezziamo il loro ordine consolidato, mescoliamo le parti fino ad arrivare ad una creazione tridimensionale. Tele tagliate e piegate in ampie superfici, come origami chiusi di varie forme, dai quali l’abito nasce una volta che si svolge verso l’alto, per ritornare dopo l’uso, alla sua forma piana originale.


Raccogliamo con gratitudine queste ispirazioni, questi spunti creativi e di riflessione, e iniziamo a giocare con le forme.


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L’abito è sempre la forma.

Noi siamo sempre il contenuto.

Cambia la relazione.

Non è più la forma a plasmare il contenuto ma è il contenuto che plasma la forma.

L’abito si veste di noi.




Il percorso annuale, che sarà strutturato su due livelli, è rivolto a tutti e si propone di insegnare alcune tecniche di decostruzione di ispirazione giapponese.

La proposta nasce dall’osservazione dei cambiamenti introdotti nell’ambito della moda dagli stilisti giapponesi contemporanei, cambiamenti che suggeriscono una nuova filosofia dell’abito e delle sue forme. A fronte del rigore della tradizione sartoriale occidentale, vediamo sfilare forme larghe e fluenti, tagli morbidi e irregolari, ampi squarci nei tessuti, cambiamenti che ci colgono impreparati….


Cosa sta dietro a queste proposte?

Quale idea di abito?

Quale idea di corpo?

E ancora più a fondo, quale idea di persona?


Durante il percorso proposto proviamo ad indagare questa nuova filosofia, con una riflessione che nasca da un “fare” concreto e tangibile, articolando la formazione in due momenti.


In particolare, il primo livello, che si racchiude in un incontro di tre giorni ed è obbligatorio per chi volesse proseguire il cammino, è dedicato allo studio di un cartamodello classico e alla sua successiva destrutturazione. Si analizzeranno i princìpi base della decostruzione, con l’obiettivo di acquisire una tecnica semplice ed efficace. Letteralmente “de-costruire” significa togliere una costruzione esistente, ma più in profondità è l’atteggiamento attraverso cui i filosofi del sospetto indagavano la realtà: smontare ciò che si presenta all’evidenza per mostrare cosa sta dietro. Allo stesso modo decostruire un abito significa privare il modello di quell’insieme di leggi e regole che costituiscono lo stereotipo per la sua creazione e osservare ciò che queste leggi nascondono.


Liberato da questa “gabbia”, l’abito svela e rivela ciò che sta dietro la forma, mostra l’intenzione di chi lo crea e persino il significato culturalmente associato al termine ‘vestire’. Questa libertà proposta dai giapponesi è a sua volta una libertà solo apparentemente senza regole: il processo di decostruzione, infatti, non è frutto della casualità ma è esso stesso frutto di regole, per quanto più libere ed intuitive.

Arrivati a questo punto, liberato il modello da ogni schema precostituito, occorre ridare forma, ridare un senso, una nuova vita all’abito.






























Il secondo livello del corso, articolato in più incontri, sarà dedicato proprio a questo aspetto, attraverso l’approfondimento e lo studio dettagliato delle forme geometriche piane (il cerchio, il quadrato, il triangolo, il rettangolo e l’ovale), fino ad arrivare alla decostruzione applicata alla tridimensionalità, utilizzando tecniche semplici e giocose. Si tratta di dare concretezza al nuovo approccio alla forma analizzato in precedenza, progettando un abito senza ricorrere alle regole classiche, ma con il metodo intuitivo di Agostina Zwilling.

Avremo tutto ciò che serve per creare: gli strumenti del sarto e le domande da cui partire, perché fare è conoscere, sempre.


Cosa significa vestire?

Che relazione c’è tra abito e corpo?

Come posso dare forma a ciò che si agita dentro di me, attraverso un modello?


L’abito cambia “veste”, non serve più a coprire ma a “rivelare”, a esprimere noi stessi. Diventa narrazione di qualcosa di personale, nella misura in cui decidiamo di svelarci agli altri. Ecco che le forme morbide, drappeggiate, fascianti, irregolari diventano linguaggio e lo spazio tra l’abito e il corpo diventa luogo di libertà, con un significato diverso per ognuno.


L’ultimo incontro del secondo livello darà voce a questa espressione personale attraverso il progetto di un pattern che, partendo da una forma a scelta e attraverso le conoscenze acquisite, porterà alla realizzazione di un abito, in un contesto ispirato al design degli architetti giapponesi contemporanei.

14 > 15 Maggio 2016

Villafranca di Verona


Tutor: Agostina Zwilling


Il tema centrale di questa parte del corso sarà la forma.


Partendo da forme geometriche bidimensionali, sperimentiamo il loro sviluppo, spezziamo il loro ordine consolidato, mescoliamo le parti fino ad arrivare ad una creazione tridimensionale.


Capi tagliati e piegati in ampie superfici, come origami chiusi di varie forme, dai quali l’abito nasce una volta che si svolge verso l’alto, per ritornare dopo l’uso, alla sua forma piana originale.


Attraverso la quadratura del cerchio, arriviamo alla forma successiva, il quadrato, appunto.

La sua immagine, ancorata ai 4 lati, rimanda all’idea di stabilità e di limite (da cui l’espressione “fare quadrato attorno a qualcosa”), mentre gli angoli richiamano alla mente i 4 punti cardinali.


Se il cerchio è perfezione, il quadrato è giustizia; è affidabilità e normatività, anche interiore (si dice di persona “quadrata”).

Rappresenta lo spazio e la concretezza.


Raccogliamo con gratitudine queste ispirazioni, questi spunti creativi e di riflessione, e iniziamo a giocare con le forme.



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24 > 25 Settembre 2016

Villafranca di Verona


Tutor: Agostina Zwilling


La terza forma che incontriamo è il triangolo, strettamente collegato non solo alle prime due, cerchio e quadrato, ma a tutte le figure geometriche, in quanto ogni figura piana è scomponibile in triangoli.


E’ come se fosse un’origine.


Il triangolo si colloca tra cerchio e quadrato, come un’entità intermedia tra sostanza spirituale (il cerchio) e materiale (il quadrato). Rappresenta unione ed integrazione, simboleggia una sintesi che porta a generare una nuova entità; il triangolo diventa così simbolo di fecondità.


E’ l’emblema dell’atto creativo.


Addirittura, nel suo primo e più antico utilizzo simbolico come forma, viene usato nel suo significato di grembo rigeneratore della Grande Dea.

Il triangolo equilatero, con lati e angoli uguali tra loro, ben rappresenta l’idea di equilibrio e proporzione, ma allo stesso tempo comunica anche azione e dinamismo: è infatti una forma con caratteristiche ambivalenti, mutevoli, a seconda che il vertice sia direzionato verso l’alto o verso il basso.


Raccogliamo questa idea di dinamicità e malleabilità che sembra portare in sé il senso stesso della destrutturazione: lasciamo fluire le forme che si muovono, girano, slittano e che rimandano alla leggerezza della struttura, alle infinite possibilità, soprattutto quelle nascoste.


La geometria stessa contenuta nella forma, si muove, cambia, evolve e da struttura costrittiva si offre come elemento descrittivo, donandoci leggerezza e spazio d’azione e di espressione.

Le “geometrie liberate” ci invitano al gioco, preziosa opportunità da cogliere.

Destrutturazione delle forme, quindi, ma anche dei materiali, che prendono vita in un movimento continuo di scomposizione e ricomposizione rivelando un significato che solo il dinamismo riesce a dare loro.


Stasi e movimento.

Lasciamo la ripetizione che definisce i modelli e cerchiamo le forme attraverso il dinamismo.

Perché questo siamo.


Forme in movimento.



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15 > 16 Ottobre 2016

Villafranca di Verona


Tutor: Agostina Zwilling


Il tema centrale di questa parte del corso sarà la forma.


In questo incontro approfondiamo la figura del rettangolo, così strettamente connessa a quella del quadrato da poter essere indistintamente l’una la derivazione dell’altra. Alcune interpretazioni affermano che il rettangolo sia come una variante simbolica del quadrato, chiamato appunto quadrilungo; altre correnti sostengono che il quadrato sia un particolare tipo di rettangolo, con tutti i lati uguali.

La cosa certa è che hanno molti punti in comune.


Anche il rettangolo, ad esempio, così come tutte le figure lineari, esprime il maschile; definisce uno spazio delimitato, ordinato, stabile, chiuso. La stessa etimologia della parola evoca questo concetto di “solidità”, con il suo angolo “rectus”, dal latino “diritto, retto”.


Incontriamo il rettangolo anche all’interno della geometria sacra, che sta alla base delle leggi matematiche e che viene usata per descrivere ed interpretare molti fenomeni naturali; si tratta del “rettangolo aureo”, una figura geometrica basata su proporzioni ben precise, considerata dagli egizi come un canone di bellezza assoluto, portatrice di particolare armonia.


Così, ancora una volta, la forma geometrica ci propone di de-finire, di tracciare dei limiti…ma abbiamo imparato a giocare.


De-finiamo la forma uscendo dai suoi apparenti confini, la riconosciamo nella composizione delle varie parti, incluso il corpo stesso, tutte fondamentali per svelare la sua nuova identità.


E’ una forma immediatamente meno leggibile, è qualcosa da cercare tra le pieghe, dei tessuti e dell’animo; è una forma che non “con-tiene”, che non ci rassicura, ma che ci lascia liberi di espanderci.


E’ come l’abito, che non copre più, ma si svela e ci rivela.



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19 > 20 Novembre 2016

Villafranca di Verona


Tutor: Agostina Zwilling


Eccoci arrivati alla sperimentazione di una nuova forma, l’ovale, che ci porta in dirittura d’arrivo del nostro percorso e ci accompagna alla “rivelazione” dell’incontro finale.


Analogamente al cerchio e alle forme portatrici di rotondità, l’ovale richiama immediatamente l’idea del femminile, non solo come espressione di una morbidezza senza spigoli, ma propriamente come capacità generatrice di vita, secondo l’equazione ovale = uovo = nuova vita.


Come simbolo è presente in numerose civiltà antiche, anche lontanissime tra loro, quasi sempre come emblema di fertilità, di vita in formazione; a testimoniare che sia proprio la forma dell’ovale a suggerire l’idea di un circuito chiuso che si ripete continuamente, esattamente come il perpetuarsi della vita.


Rispetto alla perfezione del cerchio, la forma allungata dell’ovale fa posto ad uno sdoppiamento, alla presenza di 2 centri: è la condizione di tensione degli opposti grazie alla quale è possibile ogni sviluppo, da quello fisico a quello dell’esperienza dell’essere.


Raccogliamo nuovamente l’invito alla riflessione, tra essere, avere e l’abito che si sta svolgendo tra le nostre mani…


Attraverso mani e filo, diamo forma al nostro essere, che nasce dall’esperienza, che cresce racchiuso dentro il nostro stesso guscio; quel nostro essere, ancora una volta indescrivibile, perché legato all’esperienza e l’esperienza è movimento, sfuggente per definizione.

Quel nostro essere che entra nell’abito e lo fa esistere.

Allora quell’abito non ci apparterrà come una proprietà, di più.


Io non ho l’abito, ma l’abito è me.


Anzi, l’abito è te.


Siamo pronti ad inoltrarci nell’incontro finale, siamo pronti a scoprire la nostra forma.

La prossima forma, che sarai tu.

27 > 29 Gennaio 2017

Villafranca di Verona


Iscrizione clicca qui



Tutor: Agostina Zwilling


Siamo arrivati al tempo e al luogo giusti per concretizzare il percorso fatto, dove le immagini, i segni e i sogni raccolti, ci porteranno fino all’incontro conclusivo.


Tre giorni, dal 27 al 29 gennaio, per presentare e dare vita ad un lavoro di ricerca che ognuno avrà scelto e seguito personalmente.


Una proposta precisa per un progetto concreto:


Nelle settimane precedenti l’incontro, ogni partecipante dovrà scegliere e approfondire lo studio di un progetto di uno dei seguenti architetti giapponesi: Tadao Ando, Kenzo Tange, Kengo Kuma, Kazuyo Seijma. Questa analisi avrà come obiettivo quello di individuare gli elementi che danno struttura alla costruzione, per traslarli prima su un cartamodello e poi su un supporto di tela. Si tratta di de-costruire l’opera che abbiamo di fronte, di ritrovare, al di là del segno evidente, l’ispirazione dell’artista architetto che l’ha pensata e di mantenere la stessa ispirazione e gli stessi punti cardine strutturali nella proposta progetto su tessuto. Raccogliamo lo spunto per costruire la nostra forma, ricordando che la forma è costruzione, pertanto con leggi fisiche precise che ne reggono la struttura, sia che si tratti di un’opera architettonica, sia che si tratti di un abito.




















L’incontro è aperto a chi vuole sperimentare e sperimentarsi con la forma in costruzione: designer, artigiani, stilisti, disegnatori industriali, e chiunque abbia attitudini progettuali da mettere in gioco in modo spontaneo e dinamico. Per partecipare non è necessario aver presenziato agli incontri precedenti.


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